Dopo i momenti meravigliosi a Siem Reap, ad Angkor Wat, Phnom Penh mi ha prostrato.

Ho aspettato e pensato molto a lungo l’articolo che sto proponendo.

Intanto voglio aprirmi in maniera diretta, dicendo che per me visitare questi posti è stato molto doloroso, tanto da aver sentito subito dopo il bisogno di lasciare la Cambogia.

Anche adesso rivedere queste foto mi fa sentire male. Un ovvio misto di voltastomaco ed incomprensione, che non ero certa di voler sottoporre ad altri.

In alcuni momenti ho distolto l’occhio dal mirino e riposto la camera, perché erano le braccia stesse a cadermi. Negli altri momenti ho scelto di non fotografare i dettagli più forti, i ritratti, le foto dei corpi e di come furono ritrovati dai vietnamiti, e immortalati dal reporter Ho Van Tay così come lui li scoprì sul posto (foto oggi visibili sulle pareti della scuola); non ho fotografato gli strumenti di tortura e i letti di ferro su cui si abbattevano dopo aver perforato i corpi che vi stavano legati; né le gabbie, le fosse comuni di Choeung Ek Memorial con ancora le ossa e i brandelli di abiti affioranti dal terreno.

Ho scelto dettagli che potrebbero passare inosservati, quelli che una persona a me vicina ha intelligentemente definito “vie di fuga” degli uomini imprigionati, ovvero spiragli verso il mondo normale, accenni di luce, macchie di sangue (anche questo, un modo di lasciare questo posto maledetto) e che mi fanno rabbrividire anche dallo schermo: pavimenti macchiati indelebilmente, muri con segni inequivocabili di graffi umani, una incontrovertibile inquietudine ricca di orrore puro che permea di fronte ai controluce di certe stanze e finestre.

Quello che si vede in queste immagini è Tuol Sleng, anche noto come S-21, la scuola della capitale cambogiana che fu adattata a prigione di tortura dei Khmer Rossi; ammazzatoio, per essere chiari.

Qui sono state uccise 17.000 persone all’incirca, tra l’Agosto del 1975 e il Dicembre del 1977.

In questa prigione lavoravano 300 persone in mansioni d’ufficio e circa 1.500 persone con mansioni generiche, il più delle quali ragazzi sotto i 15 anni, strappati dalle famiglie, incattiviti e resi sadici e spietati da un apposita educazione impartita dal regime. [1]

In un’intervista a Cheung, direttore di Tuol Sleng, egli afferma: ” Chi arrivava a Tuol Sleng non doveva e non poteva uscire vivo: era vivo ma già praticamente morto. Questa era la regola del carcere S-21. Io dovevo interrogarli e distruggerli, fisicamente e psichicamente perché traditori o sospetti tali. Chi non era uno del partito caduto in disgrazia, invece, era fortunato: veniva semplicemente eliminato senza torture preventive ed interrogatori. Non potevo liberare nessuno. Certo sentivo dispiacere per loro e mi chiedevo: ‘….dov’è la verità?!’”. [2]

Da Tuol Sleng, all’imbrunire, partivano delle camionette per Cheung Ek, il frutteto già ex cimitero cinese, a 15 km di distanza, e lì i prigionieri venivano massacrati, con l’obbligo per i boia di farlo ridendo e ascoltando a volumi assordanti musica nazionalpopolare. Doppia contabilità in uscita e in entrata, vittime che si scavano la propria fossa prima di essere uccise, risparmio sui proiettili e colpi inferti con le foglie legnose delle palme, mostrano come tutto fosse pensato per non costare assolutamente nulla al regime. Un genocidio a costo zero.

Solo l’elettricità del Killing Field sembra una spesa giustificabile perché li accanto c’erano i dormitori per la delegazione di “consiglieri economici cinesi”, ospititati per “aiutare” la Democratica Khampuchea nel diventare una nazione perfettamente moderna e comunista. E poi con la luce elettrica si poteva andare avanti ad uccidere anche di notte.

Sono state ritrovate qui 86 fosse comuni ( circa 9.000 corpi ) e 43 fosse da riportare ancora alla luce.

Di questo famoso Killing Field fanno parte le immagini dei teschi, in tutto 5.000, riuniti in un’unica “scultura/memoriale” Stupa, nella seconda parte della galleria di immagini.

Solo 7 persone sopravvissero a Tuol Sleng, tra cui due pittori e un meccanico. E questo mi ha aperto una profonda riflessione sul legame tra arti e meccanica e la loro necessarietà sotto ogni regime, ma questa è un’altra storia.[3]

Tra i motivi alla base delle mie incertezze, su come affrontare questo argomento, oltre all’aspetto umano, c’è l’aspetto straniante che cerco adesso di spiegare e che è collegato a una mia deformazione di studi. Tuol Sleng, e dalle foto non lo si può capire, si trova al centro di Phnom Penh, in una zona cittadina ricca di vita e movimento, oggi legata vitalmente al turismo del museo. Questi continui chiacchiericci e questo frastuono sono il lontano ma presente tappeto sonoro per chi visita la scuola convertita a museo.

Benché i cartelli vietino espressamente di sorridere, non se ne sente davvero il bisogno. La visita avviene, infatti, come in stato di trance. Ho visto persone piangere, sedersi sconsolate sulle panchine, perdere la cera. Questa scuola è stata conservata nel suo stato originario sin dalla liberazione, avvenuta nel 1979, perché le generazioni future ricordassero. O meglio, non dimenticassero mai ciò che è stato fatto qui dentro.

Da fuori a volte arriva l’odore di una zuppa, spesso e costante il crepitare degli zoccoli dei cavalli da tiro dei tuk tuk, e le urla di questi tassisti e dei venditori ambulanti, mentre dentro l’aria pesante come un gas inquinato e inodore ti avvolge in vertigini.

Ma che forma di museo è questa? Qualcosa che forse io non avevo ancora incontrato… una forma emozionale e straniante?

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Tuol_Sleng_Genocide_Museum

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Tuol_Sleng_Genocide_Museum

[3] Il pittore che dipinse in seguito le scene di tortura oggi appese alle pareti della scuola si chiamava Vann Nath, ed è anche il protagonista di uno dei docufilm su Tuol Sleng, il francese “S-21, La machine de la mort”, 2003, diretto da Rithy Panh.